Crisi Finanziaria del 1929: Potrebbe Verificarsi nel 2018?

Con il continuo impennarsi delle azioni americane e del conseguente raggiungimento di massimi sempre più alti, gli investitori che prevedono un inevitabile crollo del mercato hanno una nuova ragione per stare svegli la notte!

Il CAPE ratio (che sta per Ciclically Adjusted Price Earnings ratio), misura di valutazione di un’azione concepita dall’economista premio Nobel Robert Shiller della Yale University, è oggi ad un livello più alto rispetto a com’era prima della Crisi del 1929. Comunque ci sono ovviamente delle differenze fra il 1929 e il 2018 che rendono il CAPE meno preoccupante per gli investitori.

Dai precedenti minimi del mercato azionario, raggiunti il 6 Marzo 2009, l’indice S&P 500 (SPX) ha guadagnato il 318% e il DJIA (Dow Jones Industrial Average) è cresciuto del 299%. Riguardo l’analisi di valutazione del CAPE, esistono però diverse differenze e limitazioni.

Crisi del 1929: Aspetti negativi del CAPE

Secondo Rob Arnott, fondatore e CEO di Research Associates, il CAPE è stato nel corso degli anni su una tendenza rialzista. Questo secondo lui è abbastanza comprensibile, dal momento che gli Stati Uniti sono passati nell’arco di un secolo dall’essere sostanzialmente un mercato emergente a divenire l’economia dominante a livello mondiale.

Nonostante l’attuale valore del CAPE sia oltre la sua linea di tendenza a lungo termine, la differenza è più marginale rispetto al 1929. Inoltre, come risultato delle riforme attuate negli anni ’30 (come la creazione della Securities and Exchange Commission), la qualità dei rendimenti azionari di oggi è decisamente maggiore rispetto a quella del 1929. Di conseguenza, il valore del CAPE relativo al ’29 è senza dubbio sottostimato, dato che il suo denominatore è probabilmente sopravvalutato dagli standard odierni.

Crisi del 1929: Panoramica

La grande crisi del 1929 è associata prevalentemente al crollo dei prezzi delle azioni registrati in due giorni consecutivi (detti il Lunedì e il Martedì nero), rispettivamente avvenuti in data 28 e 29 Ottobre 1929, in cui il Dow Jones perse addirittura il 13% e il 12%.

Dopo aver registrato un picco del 381.17 il giorno 3 Settembre 1929, il Dow crollò definitivamente l’8 Luglio 1932, a 41.22, facendo registrare un crollo dell’89%. Ci sono voluti 25 anni affinché il Dow tornasse ai suoi massimi. Il crollo del ’29 è considerato uno dei fattori determinanti che gettò le basi della Grande Depressione che si verificò nel 1930.

Crisi del 1929: conseguenze indesiderate

Preoccupata dalla speculazione nel mercato delle azioni, la Federal Reserve rispose in maniera aggressiva con delle politiche monetarie restrittive che hanno contribuito ad innescare la Crisi del 1929. Inoltre, nello stesso anno, la Fed perseguì una politica che prevedeva il rifiuto di concedere credito agli istituti bancari che erogavano prestiti agli speculatori finanziari.

Crash del 1929: strategie per attutire i danni del crollo

La Federal Reserve di New York, in seguito alla giornata più negativa del crollo, attuò quindi una politica molto aggressiva di introduzione di liquidità nelle maggiori banche newyorkesi. Questo ha incluso acquisti a mercato aperto di titoli di Stato e più prestiti accelerati alle banche ad un tasso di sconto ridotto.

Questa azione al tempo risultò molto controversa. Sia i governatori della Federal Reserve Board che i presidenti di altre Federal Reserve Banks regionali sostennero che il presidente della Fed George L. Harrison abbia abusato della sua autorità. Nonostante ciò, questa ancora oggi viene riconosciuta come una strategia per limitare i danni dei crolli del mercato delle azioni.

Nuova era, nuovi rischi

Dall’altro canto, i programmi di trading guidati dai computer, che nel 1987 causarono ondate di vendite furiose, insieme alle violente turbolenze del mercato (come il Flash Crash), sono diventate più veloci e pervasive. La conclusione è che gli algoritmi di trading computerizzati di oggi possano costituire una delle più grandi minacce del mercato odierno!

Dopo l’esperienza del 1929, alla Fed è stato impedito di restringere la politica monetaria nel tentativo di sgonfiare le bolle speculative. Comunque, la Banca Centrale Americana è sempre più preoccupata di mantenere sotto controllo l’inflazione. Qualsiasi errore di calcolo che porta i tassi di interesse a livelli alti in poco tempo potrebbe innescare una recessione e far andare al ribasso sia i prezzi delle azioni che delle obbligazioni.

Inoltre, un’economia mondiale sempre più interconnessa potrebbe portare un giorno al crollo del mercato azionario americano che, di conseguenza, potrebbe diffondere i suoi nefasti effetti a livello internazionale.

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